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Il processo
Esperienze personali, amarcord, riflessioni, pensieri, poesie, narrativa
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i0qm
Scribacchino
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Joined: Mar 07, 2005
Posts: 475

PostPosted: 28 Apr 2007 @ 21:35    Post subject: Il processo Reply with quote

Qualcuno doveva averlo calunniato, perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina K. fu arrestato. La cuoca della signora, la sua padrona di casa, che verso le nove gli portava ogni giorno la colazione, quella volta non arrivò. La cosa non era mai successa prima. K. aspettò ancora un poco, guardò dalla finestra la vecchia che abitava di fronte a lui e che l'osservava con una curiosità in lei del tutto insolita, ma poi, insieme stupito e affamato, suonò il campanello. Qualcuno subito bussò e un uomo che K. non aveva mai visto nell'appartamento, si fece avanti. Era magro, ma di complessione robusta, portava un abito nero, lucido e attillato che, come gli abiti da viaggio, era fornito di molte pieghe, tasche, fibbie, bottoni e cintura e dava quindi l'impressione, senza che ci si rendesse bene conto dell'uso del tutto, di una gran praticità. "Lei chi è?" chiese K., sollevandosi a metà dal tavolo. Ma l'uomo lasciò cadere la domanda, come se la sua presenza fosse da accettare, e si limitò a chiedere a sua volta: "Ha suonato?". "La cuoca deve portarmi la colazione" disse K. e cercò sulle prime in silenzio, con l'attenzione e la riflessione, di stabilire chi fosse quell'uomo. Quello però non si espose troppo a lungo al suo sguardo, ma si voltò verso la porta e la socchiuse, per dire a qualcuno che doveva trovarsi subito dietro: "Vuole che la cuoca gli porti la colazione". Nella camera attigua si udì una risatina, e dal suono poteva anche essere di più persone. Sebbene l'estraneo non potesse aver appreso, con questo, nulla che non avesse gia saputo, disse a K., col tono di chi da un'informazione: "E' impossibile". "Sarebbe nuova" disse K., saltò dalla sedia, e guardò nuovamente fuori. "Voglio vedere che gente c'è di là e che ragione la signora mi darà di tale subbuglio". Subito gli venne in mente che non avrebbe dovuto dire questo a voce alta, e che in tale modo riconosceva all'estraneo, in un certo senso, un diritto di controllo, ma poi non dette peso alla cosa. L'estraneo in ogni caso, l'intese così, perché disse: "Non vuole piuttosto rimanere qui?". "Non voglio né rimanere qui né sentirmi rivolgere la parola da lei, finché non si sarà presentato". "Lo facevo con buona intenzione" disse l'estraneo, e aprì la porta senz'altro invito. Nella stanza attigua, ove K. entrò più adagio di quanto volesse, tutto, in un primo momento, sembrava trovarsi, all'incirca, come la sera prima. Era il salotto della signora, forse nella stanza, riempita di mobili, stoffe, porcellane e fotografie, era un po' più spazio del solito, e questo non si vedeva subito, anche perché il cambiamento più importante consisteva nella presenza di un uomo, seduto vicino alla finestra aperta con un libro, da cui adesso alzò lo sguardo. "Sarebbe dovuto rimanere nella sua stanza! Franz non glielo ha detto?". Ma lei, cosa vuole?" disse K., e portò lo sguardo dalla nuova conoscenza sull'individuo chiamato Franz, rimasto nel vano della porta, e poi di nuovo sull'altro. Attraverso la finestra aperta si vide ancora la vecchia, che con una curiosità davvero senile era adesso passata nella finestra di fronte, per continuare a vedere tutto. "Ma io voglio la signora ..." disse K., e fece un movimento, come se si strappasse dai due uomini, che erano però distanti da lui, e volesse andare avanti. "No" disse l'uomo vicino alla finestra, buttò il libro su un tavolinetto e si alzò. "Non può andarsene, è in arresto". "Sembra proprio così" disse K. "E perché?" chiese poi. "Non siamo autorizzati a dirglielo. Vada nella sua camera e aspetti. Il procedimento è appena cominciato, e lei saprà tutto a tempo debito. Vado già oltre il compito assegnatomi, parlandole cosi amichevolmente. Ma spero che nessuno ci senta, al di fuori di Franz, e anche lui, contro ogni regola, è cordiale con lei. Se continuerà ad avere la fortuna che ha avuto con la designazione delle sue guardie, potrà stare tranquillo". K. volle sedere, ma a questo punto si accorse che nella stanza non c'era nessuna possibilità di sedere, eccetto la seggiola vicino alla finestra. "Se ne accorgerà, di come tutto questo è vero" disse Franz, movendo insieme con l'altro verso di lui. Quest'ultimo, in particolare, era parecchio più alto di K., e gli picchiò più volte sulle spalle. Entrambi esaminarono la camicia di K. e dissero che adesso avrebbe dovuto indossare una camicia molto peggiore, ma che loro avrebbero custodito quella camicia come anche l'altra sua biancheria e, se la sua causa si fosse risolta favorevolmente, gliele avrebbero restituite. "Meglio dia le sue cose a noi che al deposito," dissero "perché al deposito spesso combinano imbrogli e inoltre, dopo un certo tempo, vendono ogni cosa, senza badare se il procedimento relativo è finito o no. E quanto durano simili processi, specie negli ultimi tempi! Dal deposito lei riceverebbe alla fine, questo è vero, la somma ricavata, ma questa somma prima di tutto è minima, perché nella vendita non è decisiva l'entità dell'offerta, ma l'entità di quanto si dà sottomano, e queste somme, inoltre, per esperienza, si riducono col passare di mano in mano e d'anno in anno" ... (Der Prozess, Franz K.)

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Scribacchino
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Joined: Mar 07, 2005
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PostPosted: 2 May 2007 @ 14:21    Post subject: Re: Il processo Reply with quote

i1yst wrote:
Molto inquietante il "Processo".

Altro che inquietante, il termine kafkiano è diventato un neologismo della lingua italiana che uso spesso, nei momenti di pessimismo, e indica una situazione giustamente paradossale, ma che viene accettata come status quo, implicando l'impossibilità di qualunque reazione sul piano pratico e molto pesantemente su quello psicologico. Induce il senso di qualcosa che è estraneo e familiare allo stesso tempo, ed esapera in modo inquietante per questa ineliminabile quanto profonda doppiezza, in cui domina il senso d'impotenza nell'impossibilità della reazione sul piano pratico, perché nei labirinti del pensiero viene messa in relazione col tema della burocrazia giudiziaria. In quest'opera straordinaria, il protagonista "K." riceve inaspettatamente la notizia che apre il romanzo: "Qualcuno doveva averlo calunniato, perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina K. fu arrestato". L'effetto kafkiano si scatena nel comportamento di K. nella sua reazione, infatti, si preoccupa esageratamente che non si faccia troppo rumore, per evitare che i colleghi o i sottopposti di K. si presentino a vedere cosa succede, scoprendo così che egli è sotto processo. La vergogna per l'indagine, a cui non ci si può opporre perché non sa neppure di preciso quale sia il capo d'imputazione, viene così amplificata dal predominare paradossale del senso del pudore. E' una metafora della vita.
Big Grin :D Big Grin

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Joined: Mar 07, 2005
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PostPosted: 7 May 2007 @ 13:13    Post subject: Re: Il processo Reply with quote

Per evitare l'effetto kafkiano, si può fare semplicemente un po' d'ordine, chissà se il semplice rispetto delle regole è sufficiente, e basta l'ordine cronologico affinché il caos non schiacci qualsiasi buona intenzione, anche perché nella confusione sopraggiunge l'oblio, oltre al rischio che in alcuni soggetti, poi, non si riesce più a controllare l'informazione.

L'arresto, quando non è solo metafora, può accadere se qualcuno esporrà dei giudizi, affrettati o meno, ma significa che questo qualcuno, da qualche parte, s'è in ogni caso fatto giudice, e giudica secondo un suo qualsiasi criterio, semplice o complesso non ha alcuna importanza.

L'arrogante è troppo spesso fiducioso nella giurisprudenza, perché in fondo, il tribunale che emette il giudizio finale, non può che essere il tribunale della ragione. Ogni uomo ne ha in dotazione uno, personale. Un punto che però m'incuriosisce assai, è perché mai accade così spesso che ciò di cui non si può parlare si deve infine tacere. Sembra una banalità, ma è giusto per rilevare che l'arroganza, prima di scoprirsi, non necessariamente consulta filosofi o scienziati, per sapere che se proprio vuole tacere, il suo silenzio è fin troppo eloquente e sintomatico.

Qualsiasi Tribunale, essendo onesto e scrupoloso, giudicherebbe non solo, come in qualsiasi caso, i semplici fatti, ma soprattutto farebbe luce sui criteri stessi, che, tanto per dire, rendono giustizia anche all'origine dei fatti.

Insomma, tutte le cose e i giudizi, non sono solo nella testa delle persone, sarebbe pura ingenuità, mentre solo le cose non sono mai di per sé, per esempio, né vere né false. E' sicuro che non siano le idee di per sé libere, ma i giudici se avranno criteri o meno, le possono applicare o no. Le idee, però, per non essere scriteriate, necessitano della verifica dei fatti, che è sempre possibile, mai, infatti, si riuscirà ad occultare tutte le prove, e se liberi anche un solo elefante, poi va a finire che calpesta tutta l'erba, anche quella buona, che in fondo è utile.

Nei fatti, anche se le cose non sono mai disdicevoli in sé, saranno poi i giudici ad attribuire le cosiddette colpe.

"La Verità vi renderà liberi" disse molto tempo fa un tizio saggio assai, anche per lui la preziosa ricerca della verità non era poi una cosa da niente. E allora perché porsi dei limiti a cercarla? C'è paura di scoprire falsità mostruose? Paura di scoprire falsità aberranti?

Ebbene nella volontà d'alcuni uomini c'è questa smania di trovare la verità, per ritrovare infine, solo talvolta, qualche forma di banalità. Quando saranno spazzate via le interpretazioni, allora risplende la pura realtà delle cose, senz'altre manipolazioni e finalmente si è liberi dalle frustrazioni kafkiane per riacquistare una dignità considerata ormai perduta, almeno quella dovuta solo a se stessi.

Il difetto è che senza interpretazioni, ponendo il dubbio della necessità, potrebbe non rimanere più nulla. La necessità è troppo spesso un male, anche se necessario, ma non c'è alcuna necessità di vivere nella necessità, è solo una possibile scelta.

Si può fare un elenco di cose schivabili, schivarle serve, per esempio, a non imitare i lati peggiori, di cui si può avere anche puro disprezzo, che non è mai del tutto assente nella stanchezza dei buoni, quegli stessi sulle cui spalle prosperano lati iniqui, malvagi e profittatori. Talvolta accade anche sdegno o disprezzo per tante stupidità, lati furbi travestiti da intelligenti di successo.

Il rischio della verità di cui si parla, allora diventa certezza. Se scopri qualcosa che è lì a cantare la sua solfa, proponendo la sua versione, nei ghirigori infiniti del processo, se si può riassumere in breve, pone la sua legge essenziale nella dismisura, e abbandonarsi alla dismisura è quanto di più umano si può trovare.

L'irresistibile fallacia per una vittoria eccessivamente facile, non ha nulla a che fare con le cause scatenanti (e quindi le vere ragioni o almeno l'origine). La vittoria della forza bruta e irragionevole, produce tale dismisura violenta, fastidiosa, fosse anche solo per sgarbo, che poi chiede vendetta, riparazione e riscatto.

Manca, in tutto questo, ad onore del vero, la dimensione del ridicolo, che addirittura non pretende alcun riscatto per la sua natura. Visto in breve, mi pare pura ipocrisia. E' chiaro che sottoporsi a tali forze, rende gli uomini pedine, ed è davvero inutile andare avanti nell'odore di marcio.

Suvvia, per gentilezza, non si possono nascondere le pepite scambiandole per l'oro degli sciocchi, peggio assai che dare perle in pasto ai porci, o come diceva un tale: "I confetti non sono per i somari".

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